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2017 - La morte di Peppe Bedini

La scomparsa del caro amico ed ex maestro di musica della Città dei Ragazzi Giuseppe Bedini: un ricordo personale e un doveroso omaggio

LA SCUOLA DI PEPPE

di Claudio Di Biagio (claudio.dibiagio@aiex.it)

Poche persone hanno la capacità di entusiasmarti e farti innamorare veramente di qualcosa di bello ma pochissime altre ti cambiano veramente la vita...

Ebbi la fortuna ed il piacere di conoscere Peppe Bedini il 10 settembre 1985 quando, all’età di dodici anni, fui ammesso alla Città dei Ragazzi di Roma. Lui di anni ne aveva 51. Era il maestro di musica, un prezioso collaboratore di Monsignor Giovanni Patrizio Carroll-Abbing, una presenza imponente e tutta d’un pezzo, una di quelle persone che all’inizio, specialmente quando sei appena un ragazzino, ti mettono un po’ paura ma che poi, nemmeno passato troppo tempo, impari ad amare.

Stare con Peppe, parlare con lui, parlare e fare musica con lui, ti dava un senso di sicurezza. Forse, sarà stato anche perché avevo perso mio padre appena un anno prima, ma questa grande e bella persona era diventata da subito per me e per molti altri un importante punto di riferimento.

Iniziò tutto con i corsi di musica della “banda” che Peppe teneva regolarmente tutti i lunedì, i mercoledì e i venerdì dalle ore 4 alle ore 5 del pomeriggio. Quasi sempre, usciti da scuola, lo incontravamo ad attenderci in mezzo alla strada, su uno dei viali principali della Città dei Ragazzi, proprio di fronte all’edificio assemblea, per impedirci di tornare negli appartamenti e saltare l’ora di musica. Fare musica era una cosa molto bella ma pochissimi di noi, quasi nessuno, dopo aver passato un’intera giornata sui banchi, amavano dilettarsi per tre ore a settimana con strumenti a fiato dal nome improbabile che non eravamo nemmeno in grado di distinguere uno dall’altro. Passai in poche settimane dal flicorno baritono al basso tuba fino ad arrivare ai due strumenti che, insieme alla tastiera, avrebbero accompagnato la mia formazione musicale per ben otto anni: il clarinetto e il sassofono.

Non passò tanto tempo che, col cambio generazionale dei ragazzi della Città, ci fu l’esigenza di rimpiazzare in una sola volta tutti i componenti all’interno del complesso: dalla chitarra elettrica alla chitarra basso, passando per la tastiera e la batteria senza dimenticare lo strumento a fiato solista, di solito il sassofono. Iniziarono, così, gli anni musicali, e non solo, più belli della mia vita.

I miei coetanei ed io, quasi tutti iscritti alla classe seconda media, incontravamo Peppe regolarmente le canoniche tre volte a settimana ma il sabato ci dedicavamo al complesso. Peppe, quando poteva, arrivava a bordo di una modesta utilitaria, poco prima di pranzo… mangiavamo un boccone insieme per poi scendere in teatro dove per quasi due ore, chi con uno strumento chi con un altro, assaporavamo la bellezza e la grandezza della buona musica, resa ancora più speciale dalla metodologia educativa che era tipica di Peppe: prima di tutto il rapporto umano e, dopo aver costruito quello, il lavoro costante intervallato da qualche pausa e dai consueti, quanto necessari, rimproveri a chi si distraeva o a chi entrava in competizione con l’altro: Peppe ti guardava da sopra gli occhiali - credo che li usasse solo per vedere da vicino - e il suo sguardo fulminante bastava da solo a farti capire che era giunto il momento di smetterla e di riprendere sul serio a fare quello per cui rinunciavamo a centinaia di ore di tempo libero: dedicarci e condividere la nostra passione per la musica.

I nostri sforzi venivano ricompensati nei mesi tra febbraio e agosto quando ci esibivamo con il complesso o con la “band” di fronte a centinaia di persone per il tradizionale Microfestival di Carnevale, per la cena dei professori, per la “Festa della Città” e, infine, per i festeggiamenti per il compleanno di Monsignore. Non dimenticherò mai quando Peppe, per aggiornare il repertorio musicale del nostro gruppo, si prese oltre un mese di ferie dal proprio lavoro esterno alla Città dei Ragazzi per scrivere di suo pugno le nuove partiture, adattate alle nostre tonalità di voce (per chi aveva anche la fortuna di cantare), per tutti gli strumenti del complesso: enormi lenzuoli di fogli legati tra loro da un semplice nastro adesivo trasparente che difficilmente si riuscivano a sistemare su un normale leggio.

Prima delle esibizioni, nel teatro o più spesso all’aperto, si era soliti trasferire tutti gli strumenti musicali equipaggiati della necessaria amplificazione: un lavoro massacrante ma che anticipava l’evento; Peppe, sempre presente, talvolta accompagnato dal figlio Angelico che in più occasioni ha suonato anche con noi, non si tirava mai indietro, sia nel coordinare le operazioni sia nel trasportare fisicamente le attrezzature musicali. Poi, però, arrivava il momento di fare ciò per cui ci eravamo preparati per tanti mesi: sul palco, prima e durante le esibizioni dei numerosi pezzi cantati o solo strumentali, Peppe, che ci accompagnava alla tastiera con un fare e con una coordinazione sempre rassicurante, era pronto ad intervenire per qualsiasi problema.

Gli anni seguenti sono passati tutti così e la musica, con gli insegnamenti del maestro, ha completato la nostra crescita e la nostra educazione fino al quinto anno delle scuole superiori.

Per vent’anni, dopo aver lasciato la Città dei Ragazzi, ho continuato a sentire Peppe regolarmente, almeno per telefono il giorno di Natale e quello di Pasqua, ma negli ultimi due anni, per vari motivi più o meno importanti, non avevo più fatto quelle lunghe telefonate. Proprio il giorno di Pasqua di quest’anno, scambiandomi gli auguri con il figlio Angelico, avevo saputo che Peppe stava attraversando un brutto periodo di salute e che era stato ricoverato in ospedale. Il resto lo conosciamo.

“Caro maestro Bedini, caro amico, vorrei che tu sapessi che quella che orgogliosamente chiamavi “Scuola di Peppe” per molti di noi, per me sicuramente, è stata molto più di un semplice corso di musica: essa ha rappresentato decisamente un’importante pagina nella nostra crescita umana e un’autentica scuola di vita. Di questo ne debbono essere fieri e sempre consapevoli sia tua moglie Lucia che tuo figlio Angelico, i quali hanno condiviso con te, anche con enormi sacrifici familiari, questa preziosa opera di bene nella lunga collaborazione con Monsignore nella meravigliosa realtà della nostra amata Città dei Ragazzi”.

Ronciglione (VT), 22 aprile 2017

 
aggiornato il 12/11/2017

claudio.dibiagio@aiex.it

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